mercoledì 22 luglio 2009

La vittoria del foglio excel

Una delle parole maggiormente in auge nelle aziende, in tempo di crisi, è un inglesismo che (come spesso succede) maschera una realtà difficile da digerire: cost saving.
Cost saving si traduce in "tagli" dei costi aziendali. Tra questi ci sono in prevalenza i costi legati ai dipendenti.

La logica è lineare e di tipo economico-finanziario: taglio laddove ho maggiori costi e minore flessibilità nella loro gestione, quindi "taglio teste" piuttosto che tagliare spese legate a benefit o ad altre voci di costo.

Ho sempre pensato che un'azienda fosse un insieme di competenze, intelligenze, energie prima ancora che un insieme di voci attive e passive sul bilancio di fine anno.

Ho sempre creduto che le persone stiano alle aziende come la testa sta al corpo: ne sono la parte viva, pulsante.

Ormai mi sono convinta di essere l'unica a pensare così.
Dietro l'alibi della crisi economica anche le aziende che continuano ad avere profitti tagliano indiscriminatamente i propri dipendenti.
Alla cieca, seguendo percentuali di ridimensionamento organizzativo (-5%, -10%) che nulla hanno a che vedere con una visione matura e di lungo termine dello sviluppo aziendale, che dovrebbe disinvestire su voci di bilancio meno vitali (macchine dei dirigenti, sedi meno prestigiose, viaggi incentive, ect...) e investire sulla propria intelligenza organizzativa.

E' la logica del balance sheet, del breve termine, della miopia organizzativa.

E' l'incapacità di guardare oltre la crisi e vedere un pò più in là del guado, per attivare azioni di investimento che se ad oggi sembrano costi, domani saranno profitti.

E' la vittoria dell' azione sul pensiero.

Del foglio excel sull' intelligenza umana.

Se c'è qualcuno che lavora per un'azienda nella quale l'intelligenza prevale sul foglio excel batta un colpo....

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venerdì 5 dicembre 2008

Donne: un patrimonio inutilizzato

E' notizia di ieri: secondo il rapporto sulle retribuzioni realizzato da Unioncamere con ODM Consulting, in Italia la retribuzione annuale delle donne dipendenti è di circa 4.000 euro inferiore a quella degli uomini.
Mentre la retribuzione maschile si aggira mediamente intorno ai 28.000 euro annui quella femminile non supera i 24.000 euro all'anno.

La principale causa di questo differenziale "retributivo di genere" è da ricercarsi nelle posizioni organizzative occupate dalle donne lavoratrici: posizioni di più basso livello gerarchico con conseguenti minori stipendi e benefit.

Se a questo si aggiunge la mancata valorizzazione economica del lavoro femminile nell'ambito domestico e della cura (che comprende la cura dei figli, dei genitori anziani e , non ultimo, della casa ) che secondo uno studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti in Italia vale 300 miliardi di euro (23 punti di PIL), possiamo mestamente concludere che le donne lavoratrici guadagnano meno in azienda e non percepiscono nulla per il contributo produttivo che infondono quotidianamente nel reggere l'azienda-famiglia.

Le donne , in Italia, sono un patrimonio di conoscenze, competenze ed esperienze inutilizzato e invisibile.

Sostiene Maurizio Ferrera, nel bellissimo "Il fattore D : perchè il lavoro delle donne farà crescere l'italia" (Mondadori, 2008) che se l'Italia allineasse il tasso di occupazione femminile (ad oggi del 46%) a quello USA (68%) il PIL aumenterebbe del 20%, generando un circolo virtuoso in termini di consumi e crescita economica.

In tempi di crisi e di recessione quanto ancora dobbiamo aspettare perchè il sistema-paese Italia (e la sua classe politica) abbia coscienza del patrimonio di risorse femminili inutilizzato e investa per creare occupazione femminile ?

Quanto ancora perchè si capisca che "puntare sulle donne" è una scelta vincente di sviluppo economico e non un' inutile e generica politica di pari opportunità?

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