venerdì 5 dicembre 2008

Donne: un patrimonio inutilizzato

E' notizia di ieri: secondo il rapporto sulle retribuzioni realizzato da Unioncamere con ODM Consulting, in Italia la retribuzione annuale delle donne dipendenti è di circa 4.000 euro inferiore a quella degli uomini.
Mentre la retribuzione maschile si aggira mediamente intorno ai 28.000 euro annui quella femminile non supera i 24.000 euro all'anno.

La principale causa di questo differenziale "retributivo di genere" è da ricercarsi nelle posizioni organizzative occupate dalle donne lavoratrici: posizioni di più basso livello gerarchico con conseguenti minori stipendi e benefit.

Se a questo si aggiunge la mancata valorizzazione economica del lavoro femminile nell'ambito domestico e della cura (che comprende la cura dei figli, dei genitori anziani e , non ultimo, della casa ) che secondo uno studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti in Italia vale 300 miliardi di euro (23 punti di PIL), possiamo mestamente concludere che le donne lavoratrici guadagnano meno in azienda e non percepiscono nulla per il contributo produttivo che infondono quotidianamente nel reggere l'azienda-famiglia.

Le donne , in Italia, sono un patrimonio di conoscenze, competenze ed esperienze inutilizzato e invisibile.

Sostiene Maurizio Ferrera, nel bellissimo "Il fattore D : perchè il lavoro delle donne farà crescere l'italia" (Mondadori, 2008) che se l'Italia allineasse il tasso di occupazione femminile (ad oggi del 46%) a quello USA (68%) il PIL aumenterebbe del 20%, generando un circolo virtuoso in termini di consumi e crescita economica.

In tempi di crisi e di recessione quanto ancora dobbiamo aspettare perchè il sistema-paese Italia (e la sua classe politica) abbia coscienza del patrimonio di risorse femminili inutilizzato e investa per creare occupazione femminile ?

Quanto ancora perchè si capisca che "puntare sulle donne" è una scelta vincente di sviluppo economico e non un' inutile e generica politica di pari opportunità?

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lunedì 24 novembre 2008

Il più grande capitale: noi stessi

Giovedì 20 Novembre ho avuto il piacere di partecipare ad un convegno in provincia di Milano sui rapporti tra Pubblica Amministrazione e lavoratori autonomi, come socia sostenitrice di Unbreakfast, associazione di liberi professionisti in cerca di occupazione (www.unbreakfast.it)

Il convegno, organizzato da ACTA (www.actainrete.it) associazione di consulenti del terziario avanzato, ha puntato il dito sul vuoto legislativo che esiste nei confronti dei lavoratori liberi professionisti, non appartenenti a nessun albo o a nessuna categoria specifica.

Per rispondere a questo vuoto è nata la Rete delle Associazioni che riunisce 16 associazioni con l'obiettivo di raggiungere una "massa critica" tale da poter essere ritenuta attore sociale e, conseguentemente, rappresentare i lavoratori autonomi presso le organizzazioni e gli enti della P.A.

Il mio intervento (visibile su http://www.youtube.com/ReteAssociazioniMi ) ha focalizzato il problema della "visibilità sociale" dei lavoratori over40 che si trovano ad essere espulsi dal mercato del lavoro in seguito a licenziamenti, ristrutturazioni o (più opportunisticamente) down-sizing aziendali.

I temi essenziali dell'intervento sono stati:
1. le alte professionalità che vengono temporaneamente allontanate dal mondo del lavoro dipendente sono un patrimonio di conoscenze, esperienze e capacità che il mercato del lavoro ( la stessa società) non può permettersi di perdere
2. il valore di questo patrimonio viene improvvisamente a decadere e a perdere di rilevanza nel momento in cui esce dal mercato del lavoro dipendente: in realtà è un patrimonio individuale che, poiché sottratto ad una dimensione collettiva, non viene più considerato e valorizzato
3. il manager temporaneamente in-occupato si trova improvvisamente in una condizione di:
- perdita di riferimenti esterni che valorizzino la sua esperienza e competenza
- conseguente difficoltà a percepire il proprio valore professionale
- solitudine “professionale” e conseguentemente sociale.


Da questa situazione, ormai assai diffusa in Italia, nasce l’esigenza di organizzarsi e di sostenersi reciprocamente per ritrovare un valore professionale che si pensava legato all'azienda, ma che in realtà è unicamente patrimonio della persona.

Abituati a nominarci per ruoli ed etichette (responsabile di..... , capo ufficio di...., manager...) pensiamo di non essere più nulla nel momento in cui perdiamo i riferimenti organizzativi e sociali che l'azienda ci fornisce.

In realtà siamo ciò che conosciamo, abbiamo vissuto ed "esperito", dobbiamo solo trovare un nuovo progetto professionale nel quale valorizzare il più grande capitale che abbiamo: noi stessi.

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venerdì 18 luglio 2008

Conosco.....ergo sum

Scrive Pierluigi Celli in "Le virtù deboli": "La conoscenza è un punto di partenza che vende se stesso come obiettivo finale... "conoscere" è il livello minimo richiesto per esercitare un ruolo di qualche significato. Ciò che oggi fa la differenza è il "sapere"...."
Il "sapere" è la conoscenza che ha attraversato anni di esperienza, è il teorico che viene plasmato dai confronti, dai problemi, dai successi e dai fallimenti.
E' la nozione resa viva attraverso la sperimentazione.
E' il conoscere attraverso l'experire.
Il sapere ha il tempo del pensiero, la conoscenza è strumento dell'azione.
Le aziende da tempo hanno definito la conoscenza come uno degli asset intangibili che dà valore: la conoscenza è parte fondamentale della valutazione durante un colloquio di selezione, viene identificata e premiata attraverso i sistemi di mappatura delle competenze, è "sfoderata" in convention, riunioni ed eventi aziendali come slogan di impatto.
E la persona? In un sistema di valutazione della conoscenza la persona rimane sullo sfondo, in calce alla scheda di valutazione nelle caselle di "nome" e "cognome".
Eppure la stessa conoscenza viene accumulata, utilizzata e trasferita in modo differente da persona a persona. Conoscere come si fa un piano di marketing o come si costruisce un curriculum vitae rimane un concetto teorico se non applicato in un contesto aziendale e in anni di esperienza.
E' l'esperienza che definisce come la conoscenza è stata declinata in azienda.
E' l'esperienza che costruisce il sapere partendo dalla conoscenza.
L'esperienza rimane un fattore che trova riconoscimento nelle aziende generalmente in una progressione gerarchica, ma diventa un fattore ostacolante se l'esperto rimane su di un ruolo professional.
Meglio un analista IT di 28 anni (che costa meno) che uno di 38.
I dieci anni di esperienza non vengono valorizzati nè in un sistema di valutazione nè in un sistema premiante.
E' la conoscenza teorica che vince sull'esperienza secondo un meccanismo zoppicante di razionalità economica.
E' lo stesso meccanismo che fà si che il mercato del lavoro italiano sia pieno di 40-50enni inoccupati con ottime esperienze lavorative, ma purtroppo costosi. Come se l'esperienza non valesse e non dovesse essere pagata.
E' la logica della risorsa umana che prevale sulla valorizzazione della persona.




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