venerdì 18 luglio 2008

Conosco.....ergo sum

Scrive Pierluigi Celli in "Le virtù deboli": "La conoscenza è un punto di partenza che vende se stesso come obiettivo finale... "conoscere" è il livello minimo richiesto per esercitare un ruolo di qualche significato. Ciò che oggi fa la differenza è il "sapere"...."
Il "sapere" è la conoscenza che ha attraversato anni di esperienza, è il teorico che viene plasmato dai confronti, dai problemi, dai successi e dai fallimenti.
E' la nozione resa viva attraverso la sperimentazione.
E' il conoscere attraverso l'experire.
Il sapere ha il tempo del pensiero, la conoscenza è strumento dell'azione.
Le aziende da tempo hanno definito la conoscenza come uno degli asset intangibili che dà valore: la conoscenza è parte fondamentale della valutazione durante un colloquio di selezione, viene identificata e premiata attraverso i sistemi di mappatura delle competenze, è "sfoderata" in convention, riunioni ed eventi aziendali come slogan di impatto.
E la persona? In un sistema di valutazione della conoscenza la persona rimane sullo sfondo, in calce alla scheda di valutazione nelle caselle di "nome" e "cognome".
Eppure la stessa conoscenza viene accumulata, utilizzata e trasferita in modo differente da persona a persona. Conoscere come si fa un piano di marketing o come si costruisce un curriculum vitae rimane un concetto teorico se non applicato in un contesto aziendale e in anni di esperienza.
E' l'esperienza che definisce come la conoscenza è stata declinata in azienda.
E' l'esperienza che costruisce il sapere partendo dalla conoscenza.
L'esperienza rimane un fattore che trova riconoscimento nelle aziende generalmente in una progressione gerarchica, ma diventa un fattore ostacolante se l'esperto rimane su di un ruolo professional.
Meglio un analista IT di 28 anni (che costa meno) che uno di 38.
I dieci anni di esperienza non vengono valorizzati nè in un sistema di valutazione nè in un sistema premiante.
E' la conoscenza teorica che vince sull'esperienza secondo un meccanismo zoppicante di razionalità economica.
E' lo stesso meccanismo che fà si che il mercato del lavoro italiano sia pieno di 40-50enni inoccupati con ottime esperienze lavorative, ma purtroppo costosi. Come se l'esperienza non valesse e non dovesse essere pagata.
E' la logica della risorsa umana che prevale sulla valorizzazione della persona.




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mercoledì 16 luglio 2008

Unbreakfast: in-occupati a colazione da Tiffany...

Ci sono momenti della vita aziendale che vorresti dimenticare.
Una promozione mai arrivata e ventilata da anni.
Un aumento di stipendio che non raggiunge il valore dell'inflazione e viene venduto come premio per il notevole impegno nel raggiungimento dei risultati .
Il collega con la metà dell'esperienza che "spicca il volo" e chi lo vede più, preso com'è a far carriera e a non guardare in basso.
Succede di solito dopo 15-20 anni di azienda, anni passati ad accumulare e trasferire competenze e know-how e dedicati con passione ad un lavoro che talvolta ci piace sempre un pò meno e talvolta ci sembra ancora interessante.
Poi arrivano i 45-50 anni e può succedere che la vita aziendale che volevamo dimenticare svanisce: una ristrutturazione, un downsizing, un outplacement, insomma un licenziamento.
Si diventa disoccupati, più elegantement in-occupati o in cerca di lavoro.
Allora diventa più difficile riprendere la routine quotidiana senza il grigio pendolarismo, il caffè disgustoso della macchinetta ed i colleghi annoiati: si è soli dopo anni di difficile ma certa convivenza con una collettività che ha riti, abitudini e spazi affettivi ormai consolidati.
Le ristrutturazioni, i change management creano spazi vuoti, lacerano una micro-socialità sedimentata in anni di vita aziendale, lasciano enormi buchi.
A colmare questo spazio vuoto nasce Unbreakfast (http://www.unbreakfast.it/), associazione fondata da Chiara Bonomi nel 2007 con l'obiettivo di aiutare manager in-occupati a ritrovare un loro spazio nel mondo del lavoro. Unbreakfast è tante cose insieme: networking tra professionisti, messa in comune di esperienze e competenze, creazione di idee.
In Unbreakfast ci si arma contro il vuoto e si costruisce un nuovo futuro professionale, davanti ad un caffè una volta alla settimana a Milano e a Torino.
In bocca al lupo amici di Unbreakfast, questo blog è anche per voi.


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venerdì 11 luglio 2008

Victims?

Ho appena terminato di leggere un interessante e provocatorio articolo di Alessandro Paparelli (http://www.ticonzero.info/articolo.asp?art_id=3234) sul rapporto tra azienda e dipendente.
Paparelli si domanda quanto la "vittima aziendale", intesa come il dipendente che non riceve gratificazioni e benefit adeguati rispetto alle proprie attese, sia effettivamente una persona che non riceve dall'azienda un riconoscimento proporzionato alle proprie competenze ed esperienze piuttosto che un lamentoso professional che sta a guardare aspettando la manna dal cielo: " Pero’ a un certo punto, all’ennesimo lamento, viene da chiedersi: ma sono
veramente tutte povere vittime del cattivo mostro aziendale?....
quando usciamo dal piagnucolio generico scopriamo che buona parte delle vittime sono vittime in realta’ solo di se stesse, di un provincialismo organizzativo che le fa restare chiuse tra quattro mura di carriera per paura di perdere le proprie sicurezze......"

Dunque siamo veramente vittime di meccanismi organizzativi disumanizzanti che guardano al profitto come unico obiettivo e prosciugano le risorse intelletualli e le competenze che abbiamo o in qualche modo ci adattiamo e ci sediamo smettendo di chiedere?
La domanda rimanda ad un'altra considerazione: quanto siamo consapevoli di cosa ci aspettiamo dal lavoro e quanto siamo disposti a "combattere" per ottenerlo?

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giovedì 10 luglio 2008

un blog che parla di persone e non di risorse umane

Il blog di ARIES nasce da una convinzione e da uno spazio vuoto.
La convinzione è che la relazione che si instaura tra una persona che lavora e l'azienda in cui lavora non è solo di scambio lavoro-retribuzione, ma è funzionale ad altri bisogni affettivi, psicologici e relazionali che vanno oltre la mera dimensione economica.
Conseguentemente l'azienda ha la responsabilità di rispondere non solo ai bisogni economici, ma anche relazionali delle persone che vi lavorano.
Lavorare significa trascorrere un terzo della propria vita attiva all'interno di uno spazio fisico e di uno spazio sociale determinato da altri e non modificabile.
Lavorare significa adattarsi a chi è seduto nella scrivania di fronte a noi, rispondere a chi definisce le priorità del nostro tempo e, spesso, incanalare energie e competenze verso obiettivi non negoziabili.
Lavorare riempie, riempie le aziende, le sale riunioni, le zone relax, le scrivanie ma lascia un enorme spazio vuoto.
Lo spazio è vuoto di voci, opinioni, confronti, idee di chi lavora riempiendo procedure, documenti, presentazioni powerpoint, verbali di riunioni, ed e-mail.
Lo spazio aziendale è sempre più occupato da risorse umane, ma è vuoto di persone.
Questo blog vuol dar voce alle idee, alle opinioni, ai confronti su temi che riguardano la relazione tra l'azienda e le persone che vi lavorano (o vi hanno lavorato).
Siano esse donne, uomini, giovani, meno giovani, occupati o inoccupati, dirigenti od operai,
Benvenuti, lo spazio è vostro.

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